Salta al contenuto

novembre 27, 2010

Avec les casques bleus a Cité Soleil…

novembre 24, 2010

Nel centro per i malati di colera (CTC, center for treatment of cholera) di Medici senza Frontiere a Port-au-Prince.

MERCATO DEL VOTO A PORT-AU-PRINCE

novembre 23, 2010

USCITO SU IL RIFORMISTA DEL 23 NOVEMBRE 2010

Si chiama Bel Air, in creolo Bèlè, aria buona, fresca. Ma il nome scelto dagli ex colonizzatori francesi ai tempi di Napoleone Bonaparte per il più antico quartiere di Port-au-Prince va bene per i libri di storia. Per arrivare in questa zona che le forze Minustah sulle loro mappe hanno cerchiato con il pennarello rosso (“meglio non andarci” ha detto un agente Onu, un indiano sikh che al posto del casco aveva un turbante blu), bisogna lasciarsi alle spalle Rue sans fil, una delle strade principali che porta a quel bianco Palazzo presidenziale su Champs de Mars sventrato e piegato su se stesso simbolo di un potere politico che si è arreso ed è scappato davanti alle tragedie che dall’inizio di quest’anno si sono abbattute sul paese. Si attraversano stradine strette, piccoli tornanti stracolmi di persone che passano da una parte all’altra delle vie con noncuranza dei motociclisti i quali rispondono con lo stesso menefreghismo guidando con un piede pesante sull’acceleratore e limitandosi ogni tanto a suonare il clacson se qualcuno dovesse interrompere la loro volata non si sa bene verso cosa. Dopo circa un chilometro la strada porta a una salita che si apre in una piccola piazza dove decine di ragazzi bivaccano davanti a un bar che oltre a bibite e al “dlo”, l’acqua in bottigliette, vende droga “solo marijuana” dicono. Altri giocano a pallone con delle porte improvvisate mentre le ragazze sedute su dei sgabelli chiacchierano e fumano erba arrotolata in foglie di tabacco. Non parlano volentieri, le donne più degli uomini, quando decidono di dirti qualcosa lo fanno rappando in creolo, dove l’unica cosa comprensibile e ripetuta più volta è la parola “blanc”, bianca o bianco. Qui viene tutti i giorni Moise Louissaint, un signore di 47 anni, haitiano che ha vissuto 22 anni a New York, dove ha lasciato una moglie che fa l’infermiera e due figli, e da due è ritornato a Bel Air “mi hanno rispedito qui perché ho commesso dei piccoli crimini in America” spiega Moise “secondo una legge americana quando vieni arrestato per tre volte scatta l’obbligo dell’ rimpatrio”. I piccoli crimini commessi da Moise sono furto e spaccio di crack, “nella zona di Flatbush a Brooklyn” dice “ma lo facevo da giovane ora ho smesso”. E’ in vena di ricordi, Moise. Spiega che il quartiere nel passato, era una roccaforte dell’ex Presidente Jean – Bertrand Aristide. “Tutti qui sostenevano Aristide. Ora la situazione è completamente cambiata”Forse sostengono i due probabili vincitori delle elezioni di domenica prossima: il candidato protégé dell’attuale presidente René Préval, il quarantottenne Jude Celestin? Oppure l’ex first lady, in auge soprattutto tra l’elite intellettuale del Paese, Mme Mirlande Manigat? “Ma no, chi capita!” dice Moise “o meglio chi gli fa più regali”. Il voto di scambio è pratica diffusa, i giornali locali scrivono che tutti i candidati, nessuno escluso, ricorre a ingraziarsi elettori con dei premi-regalo. I regali di cui parla Moise sono, in ordine: soldi, armi, moto e macchine. E’ tutto quello che un giovane vorrebbe avere? “Ma sì, qui a Bel Air o a Cité Soleil (l’altra zona “rossa” della capitale) a chi vuoi che freghi della politica? A nessuno. Non vedi, pensano a fumare, poi a fumare, se è possibile ancora a fumare. Interrompono solo per giocare a pallone, ascoltare musica reggae e fare un po’ di casini per strada”. Un ragazzo che fino a quel momento era intento in un canto solitario, evitato e deriso perfino dai suoi compagni, si avvicina lentamente. A mo’ di sciarpa arrotolata attorno al collo ha una maglietta a strisce nere e blu dove si intravede la scritta “Pirelli”. Vorrebbe intervenire, dire qualcosa, ma proprio non ce la fa. Gli occhi sono quasi completamente chiusi, cerca di mantenere un sorriso in quei pochi istanti quando la testa che cade verso il basso e poi va all’indietro passa a metà strada. “E’ pieno di droga” dice Moise che poi scoppia a ridere e rolla una canna spiegando che questa invece è “tutta roba naturale”. “Avrà capito che sei italiana, è un grande tifoso dell’Inter. Io invece seguo il campionato spagnolo”. Si sente dal fondo della strada un rombo di un’auto; i ragazzi iniziano a urlare e spostano in fretta e furia le porte del calcetto.  Da una macchina senza più il tetto, con le fiancate completamente bruciate e musica reggae assordante, accolto da una standing ovation, scende un ragazzo. E’ vestito bene, ha dei jeans blu scuro e una maglietta bianca, delle scarpe da ginnastica nuove e le immancabili collane d’oro al collo, due. In una mano tiene una bottiglia di champagne mezza vuota nell’altra un bicchiere con del ghiaccio dentro. “Wonderful! Stupendo!” dice il fotografo dell’Associated Press con cui sono venuta. Ma Herbie, così si chiama o si fa chiamare il giovane boss di Bel Air, si fa una crassa risata quando gli chiede se può fargli una foto. Vuole parlare solo in creolo, “pas de français”. Moise traduce, ridacchiando. In realtà non ha mai smesso. “Dice che state perdendo tempo. Dice che la politica è roba per chi pensa di avere un futuro” e aggiunge “non è questo il posto”. Sentenziato ciò, Herbie se ne va con la sua bottiglia di champagne, il bicchiere con il ghiaccio, dopo aver urlato qualcosa alla sua gente, sale sulla sua auto scassata a suon di reggaeton. Ridacchiando. Anche lui. Come d’altronde fanno tutti qui.

novembre 23, 2010

Al sole. Dalla moto.

novembre 23, 2010

Oggi ho scattato 856 foto in un’ora. Mi fa male il dito.

novembre 22, 2010

Si può vincere.

novembre 22, 2010

Chiesa di Notre Dame. Messa in una tenda. Domenica. Si prega “per i malati di colera e perché le elezioni si svolgano in un clima di pace”.

“NEI CAMPI DI HAITI IN LOTTA CON IL COLERA”

novembre 22, 2010

USCITO SU IL RIFORMISTA DEL 21 NOVEMBRE 2010

In jeans e una canottiera a strisce bianche e blu, un’aquila tatuata sul braccio sinistro, e i lunghi capelli neri stretti in una coda di cavallo da cui spuntano come aculei ciocche arrotolate su stesse, Nadia si aggira con disinvoltura tra le tende marchiate dai sigilli di “USAID from the american people” e della “Fondation Bouddhiste de Taiwan”. “Viens, viens! Vieni vieni” e fa segno con la mano mentre con l’altra digita un sms dal suo black berry. “Ci hanno detto che dobbiamo lasciare il campo tra un mese, pare che il terreno sia stato venduto all’ambasciata francese” e alza gli occhi al cielo come per dire e-dobbiamo-ricominciare-tutto-daccapo. Nadia ha 33 anni vive con suo marito Darot nel campo profughi di Nerette a Pétionville, la zona alta di Port-au-Prince, venti minuti dalla capitale haitiana. Questo campo profughi dove alloggiano circa un centinaio di famiglie è sorto alcuni giorni dopo il terremoto del 12 gennaio sulle macerie dell’ambasciata italiana “che però era in disuso da prima del terremoto” spiega Nadia. Ora al posto dei grandi saloni ci sono le dieci tende donate dai buddisti di Taiwan, bagni chimici e docce, quattro per le donne e quattro per gli uomini, rimpiazzano le toilettes di servizio del primo piano, alle spalle dell’ingresso principale c’è la loro “discarica privata” dove un maiale haitiano indisturbato si aggira in cerca di cibo mentre una bambina svuota un secchio pieno di acqua putrida, e la piscina è diventata un piccolo campo da calcetto dove cinque ragazzi con la maglia dell’Argentina giocano la loro partita. “Questo è un posto sicuro, nessuno ruba o aggredisce le bambine, sai qui è un problema molto diffuso”. Nadia lavorava per un’associazione in difesa dei diritti delle donne e racconta che in alcuni campi, come quello di Cité Soleil a mezz’ora da Port-au-Prince, le violenze sessuali sulle bambine di 11 -12 anni sono frequenti. “Le violentano e le mettono incinta, sono delle bestie. Ma qui per fortuna mi sento al sicuro. Prima del terremoto eravamo vicini di casa quindi ci conosciamo quasi tutti”. Nadia mi riporta alla sua tenda ha un appuntamento di lavoro “devo sistemare i dreadlocks a una mia amica”. La sua amica è una signora di 45 anni, con mille treccine rasta in testa che dopo essersi seduta su uno sgabello mi chiede se ho del liquido sanitario per le mani. Glielo do e si strofina le mani con forza, più volte e dice “bisogna pulirsi le mani più volte al giorno, per il colera, sai?”. Nessuno, né delle agenzie delle Nazioni Unite né da altre ong è venuto a spiegare all’accampamento di Nerette come prevenire il colera. “Io l’ho letto su internet, ho sentito alla radio i consigli dei dottori e li comunico anche agli altri del campo” dice Nadia “qui non è mai passato nessuno a dirci nulla ma ci stiamo organizzando da soli”. Lavarsi le mani è importante ma bisogna usare anche altre cautele. “Bisogna far bollire tutto almeno a 70 gradi, utilizzare molto limone o yogurt e non avvicinarsi ai cadaveri”. Stefano Zannini è il capo-missione di Medici senza Frontiere a Haiti. E’ italiano, ha 37 anni e vive e lavora a Pétionville dal luglio 2009. “La situazione era drammatica già prima del terremoto, il tasso di mortalità dei bambini è circa 20 volte superiore a quello italiano, i problemi di igiene esistono da sempre,  il sistema delle fognature è inesistente, per dirne una”. Dopo la tragedia del 12 gennaio la situazione è andata peggiorando e nonostante a Haiti “ci siano le agenzie delle Nazioni Unite e  le più importanti ONG al mondo” spiega Zannini dal quartier generale di MSF “devo necessariamente constatare l’inazione e l’inerzia degli attori internazionali che operano qui”. Cosa intende per “attori internazionali?”. “Mi riferisco alle agenzie delle Nazioni Unite e alle organizzazioni non governative. La mia non è una critica, per ora si tratta di una constatazione significa che in 5 settimane -ossia da quando è comparso il primo caso di colera- il “cluster” delle agenzie dell’Onu non sta rispondendo in maniera rapida, pertinente e efficace”. Zannini ha in una cartellina pagine e pagine di documenti e tabelle che attestano il lavoro di MSF. “Noi stiamo facendo moltissimo, ad esempio all’ospedale St. Catherine, una struttura ospedaliera statale, che si trova a Cité Soleil e dove vengono curati i casi moderati di colera abbiamo 75 posti letto che nel giro di pochi giorni aumenteremo a 125”. Ma Zannini spiega che Medici senza frontiere non può agire da solo. “Siamo un’organizzazione indipendente che interviene per coprire i buchi in casi di emergenza. Non può e non deve essere la sola a fronteggiare un’epidemia come il colera. Sono necessarie più organizzazioni per curare i malati e dispiegare azioni preventive, specialmente adesso che i casi stanno drammaticamente aumentando in tutto il paese”. Ad Haiti si sono registrati 20.000 casi di colera, i morti potrebbero superare i 1.100 decessi nelle prossime ore.  “Il colera è un’epidemia facile da prevenire e da curare se presa in tempo utile” spiega Zannini “ma bisogna fare un’efficace campagna di prevenzione, istruire gli infermieri e medici locali perché si tratta di un’epidemia atipica per queste zone”. Ieri si è avuta la conferma che a diffondere il virus sia stato un individuo “esterno” “questo significa che si tratta o di un operatore umanitario o di un haitiano tornato nel Paese dopo un soggiorno all’estero”. E dice Zannini, una particolare attenzione va dedicata ai cadaveri “Un morto di colera va clorato, gli orifizi tappati con del cotone poi va inserito in un sacco mortuario e interrato. Un kit per un cadavere costa circa 38 euro, non è tanto, e la procedura è abbastanza facile ma bisogna addestrare gli addetti ospedalieri e informare le persone di non avvicinarsi ai cadaveri”. Nadia questo non lo sapeva, non sa nemmeno che nel caso in cui dovessero sentirsi male, lei, Darot suo marito, o la sua amica con le mille treccine rasta, si consiglia di bere molta acqua con sale.  “Ma l’acqua potabile qui non c’è!” dice Nadia che alza gli occhi al cielo come per dire dobbiamo-ricominciare-tutto-daccapo.

HILLARY RITENTA..SARAI PIU FORTUNATA

ottobre 13, 2010

Sul NYTimes di oggi sfuma l’ipotesi di Hillary Clinton candidata alla vice presidenza nel 2012  [argomento che nelle ultime due settimane ha tenuto banco, dopo i video di Christine O'Donnell, l'omofobia dilagante, il film su Facebook "Social Network"e l'autobiografia non di Condoleeza Rice bensì quella di Justin Bieber, cantante pop di 16 anni].

Sarà per colpa del mollettone?? così Hillary si è presentata alle Nazioni Unite un mese fa.Thumbs down.

Ugotta

GEORGE (CLOONEY) CI PIACE

ottobre 13, 2010

Yesterday. George Clooney exits the West Wing after discussing his recent trip to Sudan and the genocide in Darfur with President Obama and the National Security Council’s human rights director at the White House. Image via Getty .

Si tratta del secondo incontro sul Darfur con Obama (il primo risale a febbraio 2009 in cui l’attore si incontrò anche con il vice Presidente Joe Biden). Round of applause per il commitment.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.